Accordo Usa- Nato: la Groenlandia al centro

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Alla fine della tensione tra Usa ed Europa sulla questione Groenlandia, la situazione cambia rotta: Donald Trump incontra Mark Rutte e annuncia un passo indietro rispetto alle sue minacce iniziali. Un dossier molto caldo.

Ecco un possibile accordo sulla Groenlandia.

Un fatto arrivato prima della salita di Donald Trump sul palco di Davos, dove aveva minacciato e deriso gli alleati, accusandoli di ingratitudine, ribadendo la sua intenzione di appropriarsi dell’isola artica, pur escludendo l’uso della forza.

Cosa c’è nell’accordo sulla Groenlandia

I contorni dell’intesa sono tutt’altro che chiari. Non si è discusso il tema della sovranità groenlandese e anche sulla questione dei diritti minerari, i contorni dell’accordo sulla Groenlandia rimangono piuttosto oscuri.

Trump e il Board of Peace: La Nuova Architettura Globale che Divide il Mondo

Il palcoscenico di Davos 2026 ha segnato il debutto ufficiale di uno dei progetti più ambiziosi e controversi del ritorno di Donald Trump sulla scena internazionale: il Board of Peace. Quella che viene presentata dalla Casa Bianca come una nuova piattaforma per la risoluzione dei conflitti e la stabilità globale, si sta rivelando nei fatti un potente sismografo capace di tracciare nuove linee di faglia nella geopolitica mondiale.

La Nuova Mappa del Consenso

Le adesioni ufficiali delineano un asse che si sposta decisamente verso il Medio Oriente e l’area eurasiatica. Tra i firmatari figurano pesi massimi regionali come Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Qatar. La presenza di Israele accanto a nazioni come il Pakistan e l’Indonesia suggerisce la volontà di Trump di proseguire sulla scia degli Accordi di Abramo, cercando una normalizzazione basata su interessi economici e sicurezza.

Sorprendono invece le adesioni in Occidente: se l’Argentina di Milei era un alleato prevedibile, il Canada e il Vietnam rappresentano colpi diplomatici significativi. In Europa, il fronte è quasi inesistente: solo Ungheria e Kosovo hanno firmato, confermando l’isolamento delle istituzioni di Bruxelles rispetto alla visione “transactional” di Washington.

Il Fronte del Rifiuto e il Caso Italia

L’Europa occidentale e gli storici alleati del Pacifico (Giappone in testa) hanno disertato la cerimonia. La motivazione è spesso legata allo statuto del Board, percepito come un organismo che potrebbe scavalcare le Nazioni Unite.

L’Italia ha espresso un netto rifiuto formale. Roma ha giustificato la scelta citando dubbi di compatibilità con i vincoli costituzionali (con un chiaro riferimento all’Articolo 11, che ripudia la guerra come strumento di offesa e regola la partecipazione a organizzazioni internazionali). Una mossa che posiziona il governo italiano sulla linea della prudenza europea, mantenendo le distanze da un organismo che richiede, tra le altre cose, un oneroso contributo economico.

Il “Prezzo” della Pace: Il Nodo Russia e il Vaticano

Il realismo politico di Trump si scontra con le pretese del Cremlino. Vladimir Putin ha aperto all’adesione, ma a una condizione provocatoria: il pagamento della quota d’ingresso di 1 miliardo di dollari deve avvenire tramite lo sblocco degli asset russi congelati in Occidente. Una richiesta che trasforma il Board in una vera e propria camera di compensazione finanziaria delle sanzioni.

In questo clima di tensioni monetarie, la Santa Sede mantiene una posizione di estrema cautela. Il Cardinale Pietro Parolin ha confermato l’interesse del Papa per ogni iniziativa di pace, ma ha messo un paletto invalicabile: nessun contributo economico. Per il Vaticano, la pace non può essere soggetta a “quote associative”, ma deve restare un impegno morale e diplomatico universale.

Conclusione

Il Board of Peace nasce dunque come un organismo ibrido, a metà tra un club d’affari e un’alleanza militare. Mentre Trump cerca di “comprare” la stabilità globale attraverso impegni miliardari, il resto del mondo si divide tra chi vede un’opportunità di pragmatismo e chi teme la fine del multilateralismo tradizionale.

Tuttavia, secondo le ricostruzioni, l’accordo vedrebbe gli Usa ottenere la sovranità solo su piccole porzioni del territorio dell’isola, finalizzate al controllo e alla costruzione di nuove basi militari. Dai tempi della Guerra Fredda, il contingente statunitense in Groenlandia si è notevolmente ridotto, passando dalle 17 basi militari attive all’apice delle tensioni con Mosca alla sola Pituffik Space Base, l’unico centro di coordinamento militare Usa sull’isola artica.

Non è chiaro quante basi chiederà Washington, ma se così fosse, per Nuuk si profilerebbe una sorta di modello Cipro: nell’ex colonia inglese, il Regno Unito ha mantenuto il controllo su due basi militari che rientrano a tutti gli effetti nel territorio della Corona inglese.

LA MEDIAZIONE DI RUTTE

La proposta di mediazione presentata da Rutte prevede dunque condizioni che non intaccherebbero la sovranità danese. A convincere Trump sarebbe stato un piano di rafforzamento delle difese che si estenderebbe a tutta la regione artica, con la Nato che parteciperebbe al progetto del Golden Dome statunitense, impegnandosi ad acquistare gli armamenti necessari da Washington.

L’intesa prevederebbe inoltre l’impegno degli alleati nel complesso – e artici nello specifico: Stati Uniti, Canada, Danimarca, Norvegia, Islanda, Svezia, Finlandia – nel garantire che Russia e Cina non ottengano mai una posizione di vantaggio economico o militare in Groenlandia, come ha precisato la portavoce della Nato Allison Hart.

Secondo Axios, si tratterebbe di aggiornare l’Accordo di difesa siglato nel 1951 tra Washington e Copenaghen, che permetteva agli americani di costruire nuove basi militari sull’isola e di istituire aree di difesa Nato ove necessario.

Il timore è che l’accordo sulla Groenlandia possa essere usato come scusa per ridurre ulteriormente il coinvolgimento Usa nel sostegno all’Ucraina. Per questo i Paesi europei hanno confermato il vertice previsto per stasera. Il Consiglio straordinario in programma oggi, pur nel contesto del congelamento dei contro-dazi annunciati, servirà a coordinare la risposta europea nel caso di nuove minacce da Washington.

Il tema vero sarà trovare il punto di convergenza tra i Ventisette sul grado di fermezza da utilizzare nei confronti della Casa Bianca in futuro, tenuto conto dell’attuale  stravolgimento della diplomazia internazionale e della possibilità di passare a un reale impiego dello strumento anti-coercizione.

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